SIAMO TUTTE CLANDESTINE!

Napoli torna ad essere laboratorio di repressione e banco di prova dei peggiori provvedimenti di questo governo. Il pacchetto sicurezza non è stato ancora approvato che a Napoli una donna immigrata, Kante, viene denunciata dopo aver partorito e separata da suo figlio neonato per il fatto di essere clandestina!

Il 4 febbraio scorso, infatti, il Senato ha approvato il cosiddetto Pacchetto Sicurezza (ddl 733) (ora in discussione alla Camera) che comporta una modifica all'articolo 35 del Testo Unico sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) ostacolando di fatto l'accessibilità delle prestazioni sanitarie ai cittadini stranieri non in regola con il permesso di soggiorno, imponendo ai medici di violare il giuramento di Ippocrate con la denuncia del/della propri@ paziente. Lo stesso pacchetto che impedisce a genitori irregolari il riconoscimento dei propri figli nati in Italia, oltre che l'isitituzione delle ronde e di una serie di altri provvedimenti persecutori contro le/i migranti, le prostitute e tutte le soggettività non conformi.

Come già è capitato un anno fa al II Policlinico con il blitz della polizia contro una donna accusata di aver abortito clandestinamente, ancora una volta repressione e controllo giungono sin dentro le corsie degli ospedali, luogo in cui dovrebbero essere garantiti diritti inviolabili come quello alla salute e alle cure! Kante purtroppo non è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy Johnson, una nigeriana di appena 24 anni moriva di tubercolosi per la paura di essere denunciata qualora si fosse presentata in ospedale per farsi curare.
Ancora una volta il corpo delle donne viene utilizzato come pretesto per giustificare leggi repressive e controllo sui corpi e il Pacchetto Sicurezza voluto dal governo Berlusconi rappresenta oggi in Italia il pretesto più vergognoso con cui la destra cerca di dribblare il problema della violenza sulle donne: una violenza che non ha nazionalità o colore della pelle ma che le donne subiscono principalmente nelle proprie case da mariti, conviventi o fidanzati.
Questo lo dicono le donne contro ogni strumentalizzazione politica, contro la crescente paura dello straniero, contro la diffidenza e l'odio che viene alimentato per giustificare controllo e repressione di una società già martoriata da precarietà, sfruttamento e smantellamento del welfare.


Quello che è capitato a Kante è solo uno dei tanti obiettivi del Pacchetto Sicurezza:
negare ai migranti, e soprattutto alle donne, il diritto alla salute ed a qualsiasi forma di welfare (con la conseguente ripresa degli aborti clandestini con gravi effetti sulla salute delle donne), ma anche introduzione di misure repressive discriminatorie ed infine attribuzione di super poteri ai sindaci, autori di ordinanze come quelle di Alemanno a Roma che giungono a disciplinare quando l’abbigliamento delle donne sia decoroso o meno.


Per queste ragioni ai pacchetti sicurezza e alle norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che
SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO!



COORDINAMENTO DONNE IN LOTTA DI NAPOLI
(RED LINK- COLL DEGENERI- COLL SORA ROSSA- COLL PACHAMAMA)


DOMANI 2 APRILE '09 - ORE 17.00- PRESIDIO davanti al Fatebenefratelli (via Manzoni 20, 500 mt dalla fermata funicolare di Mergellina)

Clandestina denunciata dai medici dopo il parto al Fatebenefratelli. 
 
Un fax alla polizia contro una madre clandestina della Costa d'Avorio. Ma la contestata legge non è ancora in vigore
di Conchita Sannino

 

 
Ora Abou sorride in una culla povera, dentro le case-alveare per immigrati clandestini o regolari di Pianura. È un neonato nero che non sa di avere ventisei giorni di vita e, alle spalle, già un'amara esperienza del mondo. Abou è il volto di un caso politico e sociale. Forse la prima volta in Italia in cui una norma - quella voluta dalla Lega nel pacchetto sicurezza, quella che invita i medici a denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno: ma a tal punto controversa da avere spaccato persino i compattissimi deputati del Pdl - è stata applicata prima ancora di diventare tale.

"Un caso illegittimo, gravissimo", denuncia l'avvocato napoletano Liana Nesta. "Delle due l'una - aggiunge il legale - o nell'ospedale napoletano Fatebenefratelli c'è un medico o un assistente sociale più realista del re che ha messo in pratica una legge non ancora approvata dagli organi della Repubblica; oppure qualcuno ha firmato un abuso inspiegabile ai danni di una madre e cittadina". Una storia su cui promettono battaglia anche gli operatori dell'associazione "3 febbraio", da sempre al fianco degli immigrati, anche clandestini, per le battaglie di dignità e rispetto.

La storia di Abou e di sua madre Kante è il percorso sofferto di tante vite clandestine, costantemente in bilico tra vita e disperazione, morte e rinascita. Kante è vedova di un uomo ucciso, quattro anni fa, dalla guerra civile che dilania la Costa d'Avorio e la sua città di Abidjan. Rifugiatasi in Italia nel 2007, inoltra subito richiesta di asilo politico, che le viene negato due volte: e attualmente pende il ricorso innanzi al Tribunale di Roma contro quella bocciatura.

Intanto, stabilitasi a Napoli, Kante si innamora di un falegname di Costa d‘Avorio, resta incinta, si fa curare la gravidanza difficile presso l'ospedale San Paolo, con sé porta sempre alcuni documenti e la fotocopia del passaporto, trattenuto in questura per un'istanza parallela di permesso di soggiorno, non ancora risolta.

Quando - il 5 marzo scorso - Kante arriva all'ospedale Fatebenefratelli per partorire il suo bimbo ("al San Paolo non c'era un posto"), dal presidio sanitario scatta un fax verso il commissariato di polizia di Posillipo che chiede "un urgente interessamento per l'identificazione di una signora di Costa d'Avorio". Ovvero: la denuncia. Esattamente ciò che la contestatissima norma - voluta dalla Lega nell'ambito del pacchetto sicurezza, e già approvata al Senato - chiede. Proprio il nodo che ha provocato il dissenso di un centinaio di deputati del Pdl, lo scorso 18 marzo. In testa, la deputata Alessandra Mussolini, che guidava la rivolta con un esempio-limite: "Far morire una donna clandestina di parto perché non può andare in ospedale altrimenti i medici la denunciano? Eh, no. Inaccettabile".

Aggiunge l'avvocato Nesta: "Siamo di fronte a un'iniziativa senza precedenti. Non è mai accaduto che una donna extracomunitaria, che si presenta al pronto soccorso con le doglie, ormai prossima al parto, venga segnalata per l'identificazione", spiega pacatamente Liana Nesta. E aggiunge: "Come se non bastasse, Kante non ha potuto allattare suo figlio nei suoi primi giorni del ricovero: lo ha visto per cortesia di alcuni sanitari che glielo hanno adagiato tra le braccia, ma non ha potuto allattarlo". La Nesta è una legale impegnata da anni nelle rivendicazioni dei diritti essenziali, al fianco di immigrati o di parenti di innocenti uccisi dalle mafie. L'ultima condanna, in ordine di tempo, la Nesta l'ha ottenuta a dicembre scorso, come avvocato di parte civile, per i killer di Gelsomina Verde, la ragazza innocente assassinata e poi data alle fiamme dai sicari di Scampia. Un'altra fragile vita per la quale invocare giustizia.
(31 marzo 2009)

 
 
 

L'incubo di Kante in ospedale
"Mi hanno strappato il bambino"

Parla Kante la madre clandestina della Costa d'Avorio denunciata dopo il parto al Fatebenefratelli
di Bianca De Fazio
 
Occhi grondanti dolore per la storia vissuta nel suo Paese, la Costa d'Avorio in guerra civile, e per lo schiaffo subito in Italia. Kante è stata denunciata dopo il parto: è clandestina.

Occhi appannati dal dolore, ma ritrovano vita quando Abu, 26 giorni che gli sono bastati a superare i 3 chili e mezzo di peso, si volta verso il suo seno. Ha fame Abu. Vuole il latte. "Ma in ospedale mi hanno impedito di allattarlo, per quattro giorni". Kante viene dalla Costa d'Avorio. È in Italia da due anni, da quando sulla porta di casa le milizie governative del presidente Gbagbo le uccisero il marito. "L'ho visto morire dinanzi ai miei occhi. L'ho visto uccidere. A stento sono riuscita a sottrarmi ai miliziani che volevano portarmi via, sequestrarmi. E sono fuggita dalla guerra civile. Ho chiesto asilo politico qui in Italia, ma sono ancora senza documenti".

Il giorno della nascita di suo figlio Abu, il 5 marzo scorso, è cominciato, per Kante e il suo attuale compagno, un nuovo incubo. "In ospedale ci hanno chiesto i documenti, non gli è bastata la fotocopia del passaporto. Non gli è piaciuta la richiesta di soggiorno ormai scaduta. E per oltre 10 giorni mi hanno tenuta separata dal bambino". Undici giorni è rimasto Abu in ospedale: "Non lo hanno dimesso, non me lo hanno dato, fino a quando la Questura ha confermato la mia identità. Ho temuto che me lo portassero via, che non me lo facessero stringere più tra le braccia". Neppure il padre del bambino ha ottenuto che venisse dimesso: "Non ero presente al momento del parto - racconta l'uomo, Traore Seydou - E quindi il piccino è stato registrato con il nome della madre. "Non possiamo consegnarlo a te" mi hanno spiegato in ospedale. D'altra parte anche io sono senza permesso di soggiorno, in attesa che venga accolta la mia richiesta di asilo politico".

Kante ha 25 anni, 33 il suo nuovo compagno, Traore. "Il parto è andato bene, nessuna complicazione. Ma non mi sono allontanata dall'ospedale fino a quando non mi hanno permesso di portare Abu con me. Sono rimasta lì, per 11 giorni. Certo ora, col bambino, diventa più difficile trovare un lavoro qui a Napoli. Però per 6 mesi non potranno cacciarmi dal Paese". Niente foglio di via, per chi ha partorito sul territorio nazionale. "Ma dopo?" L'idea di tornare in Costa d'Avorio la terrorizza. "Anche se mi piacerebbe rivedere il mio primo figlio, che ora ha 5 anni e vive con la nonna". Traore, che in Africa faceva il falegname, si arrangia con lavoretti che riescono appena a sfamare la famiglia e a permettergli di mantenere la povera casa, a Pianura, che i due dividono con un'altra coppia.

"Troviamo assurdo quello che ci è successo - raccontano entrambi - credevamo che l'Italia fosse un Paese ospitale. Qui la gente non è cattiva. Mai sentito di madri denunciate dagli ospedali in cui avevano partorito". Per i nove mesi della gravidanza Kante era stata seguita - con tanto di accertamenti e controlli medici - dai sanitari dell'ospedale San Paolo. Ed a nessuno era venuto in mente di rivolgersi alle forze dell'ordine. "Ma il giorno in cui mi sono venute le doglie al San Paolo non c'era posto. Quando alle 22.30 siamo andati al Pronto soccorso di quest'ospedale mi hanno assicurato che tutto procedeva regolarmente, ma che era presto per ricoverarmi. Hanno aggiunto che comunque posti non ce n'erano e quindi, dopo qualche ora, ci siamo rivolti al Fatebenefratelli. Ed è lì che dovremo portare il bambino ad un controllo medico, tra qualche giorno".
 
fonte www.repubblica.it
 
Mobilitiamoci contro il razzismo e la violenza di classe e di genere.
DOMANI 2 APRILE '09 - ORE 17.00-
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segguiranno aggiornamenti... 
 


DONNE PER UNA DIFESA DEL LAVORO DELLE DONNE

 

Per le ADESIONI     difesalavorodonne@gmail.com

 

 

 

L'impegno del governo Berlusconi per ridurre ulteriormente i diritti del lavoro salariato sembra puntare alle donne con particolare sadismo.  La detassazione dello straordinario è stata finanziata con i fondi destinati ai progetti e ai centri contro la violenza. E' stata cancellata la legge contro le dimissioni in bianco. Si preparano l'abolizione del diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni, la riduzione del tempo dei congedi di maternità, un peggioramento delle condizioni del lavoro notturno.

Il problema riguarda nello stesso tempo movimento femminista e movimento sindacale, sindacati di base e CGIL, lavoratrici stabili e precarie, donne giovani e meno giovani.

Noi proponiamo prima di tutto di unire per un momento le forze, facendo cadere le obiettive distanze e pensando iniziative comuni o che vadano nella medesima direzione.

Proponiamo che le manifestazioni per l'8 marzo abbiano al centro i temi del rapporto tra donne e lavoro, respingano gli attacchi che si preparano e quelli già passati.

Non tocca a noi elaborare piattaforme, che del resto richiedono discussioni più approfondite di quelle che le nostre diverse appartenenze e i tempi stretti ci abbiano consentito.

Chiediamo solo a tutte l'impegno di un mese per discutere, elaborare e propagandare un progetto femminista di difesa delle donne che lavorano, si formano, sono in pensione o si preparano ad andarvi.

Avvertiamo l'esigenza di coinvolgere nella resistenza il numero maggiore possibile di lavoratrici e giovani donne in formazione. Pensiamo per questo che le sole manifestazioni dell'8 marzo non siano sufficienti.

Siamo consapevoli delle estreme difficoltà del momento e non vogliamo fare appelli velleitari per iniziative che non saremmo in grado di realizzare.

Ricordiamo solo che in altri paesi d'Europa il problema è stato affrontato (e talvolta anche con successo) facendo apparire sulla scena politica un soggetto femminista visibile.

Sono stati fatti presìdi di donne.  Sono state organizzate marce da un luogo di lavoro all'altro e iniziative di teatro di strada nei principali quartieri delle città.

Nei primi anni Novanta in Svizzera uno sciopero di sole donne (in alcuni settori di pochi minuti e quindi sostanzialmente simbolico) è diventato un evento anche mediatico e ha garantito la riuscita di una grande manifestazione.

La costituzione di un soggetto femminile visibile che si faccia carico anche dei problemi del lavoro delle donne ci sembra oggi l'assoluta priorità. Per questo ci proponiamo di evitare due atteggiamenti. Quello di eccessiva prudenza in un momento in cui a star ferme c'è tutto da perdere. Quello che coniuga obiettivi di grande valore e spessore con pratiche settarie che riducono ai minimi termini  la possibilità di praticarli.

 

PRIME FIRME :

Margherita Napoletano (SDL intercategoriale, RSU  San Raffaele, Milano; Delia Fratucelli (direttivo CGIL Piemonte); Margherita Recaldini (SDL intercategoriale, coordinamento nazionale, RSU Comune di Brescia),Eva Mamini (Direttivo provinciale FIOM Bologna; Donatella Biancardi (SDL Intercategoriale giunta Regione Lombardia, delegata RSU); Maxia Zandonai (giornalista, esecutivo nazionale USIGRAI); Rosella Manganella (SDL intercategoriale, coordinamento nazionale); Donatella  Benini (operaia RSU, FILCEM, Brescia); Licia Pera (RDB/CUB ARES 118) 9; Rita Barbieri (RSU ITALTEL); Giuliana Righi (segreteria regionale FIOM, Emilia Romagna); Eliana Como (FIOM nazionale); Adriana Marafioti (RDB Università Statale di Milano); Vilma Gidaro (delegata RSU CGIL ICCU); Lea Melandri, Maria Grazia Campari, Rosa Calderazzi, Lidia Cirillo (Collettivo di Porta Nuova, Milano); Danila Baldo, Laura Coci, Rita Fiorani, Daniela Garibaldi, Emanuela Garibaldi, Elisabetta Invernizzi, Roberta Morosini, Danila Verdi (IFE)  Sabrina Bagnaschi (Iniziativa Femminista europea); Nadia De Mond, Paola Manduca (Marcia Mondiale delle Donne); Chiara Bonfiglioli (ricercatrice) Giovanna Mancini (giornalista)   Carmen Di Salvo (avvocata femminista)  Laura Mulassano (Università Milano-Bicocca) Marilisa Verti (Associazione Lombarda Giornalisti)  Francesca Zajczyk (Università Milano-Bicocca);  Michela Puritani, Tatiana Montella, Angelita Castellani, Claudia Lo Presti, Elisa Coccia, Laura Emiliani, Cristina Giardullo, Sara Farris, Donatella Coppola (Collettivo femminista La Mela di Eva); Chiara Fornaro, Anna Maria Tallone, Stephanie Lugaldo, Iside Dogliani, Martina Riberto (Circolo Aura de Cor di Caraglio);; Irene Sestili, Giulia Paparelli (Coordinamento dei Collettivi universitari, La Sapienza, Roma); Enrica Paccoi (Associazione Yakaar Italia-Senegal); Valentina Scopone, Anna Maria Appiano, Elisa Scardaccione, Giulia Baraldi, Paola Baronchelli , Luisa Stendardi, Pina Sardella, Rosalba Casiraghi, Renata Segalini, Albina Guizzo, Cristina Frongia, Grazia Musella, Michela Iocca, Clotilde Langella, Eva Marino, Daniela Loiacono, Dolores Morondo (Università di Urbino); Chiara Siani, Nina Ferrante, Vera Guida, Alessandra Pirera , Lia Barillari, Tonia Cioffi (Collettivo Degeneri, Napoli); Collettivo Le Onde (Salerno);Francesca Feola, Marta Marsano, Maria Arcucci, Maria Rosaria Fiorentino, Giulia Marino (Collettivo lgbtq Tiresi@); Carmen Crispino (Collettivo lgbitq Sui generis, Roma); Roberta Martini, Valentina Violini (Famiglie Arcobaleno, Pinerolo);  Tania La Tella, Daniela Amato (Centro Donna L.I.S.A.); Collettivo Primule Rosse (Cuneo); Donne delle Sinistra (Cuneo)


"CORPO DI STATO"…!?

verso il

 

Sembra semplice! Il governo e il clero volevano "salvare la vita di Eluana". Le persone che la amano invece "l'hanno uccisa". Addirittura lei stessa voleva morire, almeno stando al ricordo che suo padre conserva di una sua diretta volontà…
Il governo invece è "misericordioso" e non vuole fare "omissione di soccorso". Questi ministri… Quasi non sembrano le stesse persone che proprio una settimana fa hanno deciso che i medici possono denunciare gli immigrati irregolari quando vanno a curarsi! Che lasciano disperse in mare migliaia di persone. Che tagliano le spese della sanità perché tanto i ricchi vanno a curarsi all’estero. Che fanno la guerra in Afghanistan e appoggiano il massacro in Palestina...
Che strane persone questi Ministri: Chi è morto lo vogliono vivo, chi è vivo lo vogliono morto!!

Il governo insomma voleva "salvare la vita di Eluana" e ora vorrebbe "salvare le nostre", tutte, per legge, impedendoci di morire sempre e comunque, costringendoci all'alimentazione obbligatoria in ogni caso!

In attesa di una legge sul "testamento biologico" che non faranno mai…
 
Ma di chi é e che cos’è la vita?!
Nelle parole del Vaticano o di Berlusconi la vita di Eluana non le apparteneva più. Apparteneva allo Stato, apparteneva a Dio o per lo meno a chi dice di agire in suo nome… Per loro Eluana non aveva diritto di decidere sulla sua vita e le persone che la amano non potevano chiedere per lei una fine degna. Dopo 17 anni (!!) di vita vegetativa e di degrado fisico, senza alcuna forma di attività cerebrale cosciente, senza nessuna speranza medica di riprendersi, senza nessuna consapevolezza di sé. Eluana oggi ha voce solo nella memoria delle persone che l’hanno conosciuta. Ma il governo e la chiesa non potevano rinunciare a manipolare il suo corpo per farne il feticcio della loro potenza! Perché se un tempo il potere era soltanto quello di dare la morte, oggi il vero potere è quello di controllare e gestire la vita. Usando la tecnologia non per migliorare l’esistenza degli esseri umani nella loro concreta autodeterminazione, ma per sottrarre a loro stessi il controllo della propria esistenza.

Dov’è la pietà in tutto questo!?
E infatti non c’è nessuna pietà. Berlusconi, che suo malgrado è una persona sincera, finisce sempre per scivolare sulla verità: "Eluana è viva. Potrebbe fare dei figli". Se non esiste più come persona potrebbe sempre esistere come incubatrice… cosa importa se Eluana volesse o no avere un figlio!?
E cosa importa alla chiesa, per la quale le donne non avrebbero mai dovuto avere il diritto all’aborto e all’autodeterminazione della propria maternità!?
Certo nell’isterica aggressività con cui speculano sul corpo di Eluana e sul dolore di chi l’ama c’è anche altro: la "vicenda Englaro" è un ottimo diversivo per l’opinione pubblica allarmata dalla crisi economica e da politiche che garantiscono solo banche e finanzieri. E’ un ottima copertura per il cammino parlamentare del disegno di legge che vuole il controllo del governo sulla magistratura. E sicuramente Berlusconi ha visto nel conflitto con Napolitano l’occasione per coinvolgere anche la Chiesa in una forzatura degli assetti Costituzionali. In direzione di quel presidenzialismo autoritario e antidemocratico che è un suo grande obiettivo. Il discorso pubblico di Berlusconi è semplice: "Se i tribunali hanno deciso di dar ragione a Giuseppe Englaro e il presidente della Repubblica mi impedisce di intervenire, io devo poter cambiare le regole del gioco…! In nome del mio potere plebiscitario e della benedizione della Chiesa…".

Ma come col "pacchetto sicurezza", sarebbe un errore pensare che la storia di Eluana e ora la legge sull'alimentazione forzata siano usate in maniera esclusivamente opportunista e strumentale, minimizzando così il merito della vicenda. Intorno ai nostri corpi si combatte la battaglia per un assetto fondamentalista dei poteri, per l’affermazione di un vero e proprio "bio-potere". Ed è evidente che lo scontro non riguarda solo la "fine" della vita, ma il suo generale controllo, specie in tempi di crisi e di possibili ribellioni...
E’ questa la fotografia di un’attività legislativa che in questi anni ha mescolato ossessione securitaria e oscurantismo culturale, in un compromesso (non sempre pacifico) tra lo Stato e il clero: dalle impronte digitali alla schedatura del DNA alla legge 40 contro la fecondazione assistita. Con il centrosinistra schiacciato su posizioni simili al centrodestra.
E’ per questo che il nostro paese non conosce misure minime di civiltà come il testamento biologico, il rispetto dei diritti delle coppie di fatto, di quelle omosessuali ecc.

Eluana e i suoi cari hanno subito una "violenza inaudita" (per ricordare le parole di Geppino Englaro).
La resistenza di Geppino Englaro in questa situazione e con queste pressioni è stata eccezionale. Avrebbe potuto scegliere la scorciatoia dell’ipocrisia, delle soluzioni "silenziose" come fanno tanti.

Ha deciso di rendere pubblica una scelta che parla alla libertà di tutti/e noi. E che ci da una possibilità contro l'estremismo clerico-fascista: no alla legge sull'alimentazione forzata! Giù le mani dai nostri corpi!


TUNICHE E CAMICIE, IL NERO NON CI PIACE!

 

tuniche o camicie

 

L’avanzare delle nuove destre, e lo sdoganamento di idee neofasciste, trova una strada spianata da un insieme di silenzi, adesioni tacite se non palesi e di diffusione di valori e ideologie intolleranti, securitarie ed integraliste da parte tanto del sistema politico che dal vaticano.

L’influenza della chiesa nella politica non si esplica solo attraverso gli interventi diretti del Vaticano nel dibattito politico italiano su una ampia molteplicità di temi, ma è data soprattutto dal quotidiano attacco delle gerarchie vaticane all’autodeterminazione di tutte le soggettività non conformi o di quanti si sottraggono ai dogmi di una morale cattolica sempre più imposta.

Imposta dall’acquiescenza di un sistema politico mai libero dal condizionamento della Chiesa e dall’insinuazione nella società di una sempre più preoccupante criminalizzazione e razzismo nei confronti di tutto ciò che si riconosce come “diverso”.

Questo ci dicono non solo i recenti fatti di Nettuno e Civitavecchia, ma anche quelli dell’anno scorso di Castel Volturno, del Pigneto, la morte di Nicola e tutte le aggressioni a donne, migranti e trans rimaste nel silenzio.Ma ce lo dice soprattutto la diversa percezione e preoccupazione, la diversa solidarietà emotiva e indignazione che questi casi hanno generato nell’opinione pubblica rispetto a casi come quello di Giulianova. L’interpretazione dei casi di cronaca, e soprattutto la reazione sociale a questi è infatti fortemente determinata ed indirizzata dal diffondersi di un radicalismo di destra che fonda le sue basi in un integralismo di matrice cattolica che rifiuta la progressiva pluralizzazione della realtà sociale – sul piano etnico, culturale, delle identità e degli orientamenti sessuali – rifugiandosi in un pensiero tradizionalista, reazionario e che utilizza il concetto di “naturale” per discriminare tutto ciò che è “altro”.

 La Chiesa, in questi anni non ha fatto altro che imporre una posizione politica senza doverla discutere o giustificare politicamente. Una posizione politica su vita-morte, famiglia, sessualità etc che pretende di autolegittimarsi in nome di una morale cattolica che non ammette di non essere universalmente condivisa.

Un mix di oscurantismo, maschilismo e criminalizzazione dell’altro da sé, imponendolo come verità, che costituisce il sostrato culturale e sociale che permette alla destra neofascista di coltivare il consenso e la legittimazione popolare alle proprie pratiche violente tanto nelle strade quanto nelle sedi di partito più o meno istituzionali. A questo si aggiunge l’appoggio e-o il silenzio di buona parte dello schieramento politico. Ci troviamo di fronte uno schieramento politico che compatto dà, ogni volta, la sua solidarietà al Papa nelle sue ingerenze nella vita politica del paese, avallando e cavalcando strumentalizzazioni e criminalizzazioni.Ma anche che minimizza nell’analisi e nella condanna degli episodi di razzismo e violenza di stampo neofascista, in un silenzio assenso che apre la porta a pericolosi revival.

La tesi degli opposti estremismi e il continuo riferirsi a questioni di “libertà di parola”, di “democrazia” e “sicurezza” - perché ormai queste sono tra le parole chiave + quotate per sottrarsi alla dialettica, fare terrorismo psicologico e per invalidare ogni forma di dissenso – conducono alla guerra tra poveri che scarica sugli strati socialmente meno garantiti la paura e rabbia per la crisi economica che dovrebbe riversarsi su chi, soprattutto nel sistema politico, di questa crisi ne beneficia e ne costituisce la causa.

 

Il femminismo è antifascismo prima di tutto combattendo la visione dei rapporti di potere patriarcali alla base dell’ideologia di “Dio, patria e famiglia”, scendendo in piazza proprio contro ogni forma di strumentalizzazione del nostro corpo e della nostra vita, per legittimare politiche discriminanti e securitarie come quelle del pacchetto sicurezza e rifiutando la visione naturalista e familista del mondo imposta dal Vaticano. Ma non solo, noi donne pratichiamo un antifascismo che significa anche unire la nostra lotta, decostruendo i discorsi e combattendo le pratiche reali dell’oppressione di tutti gli altri soggetti sociali oppressi.

 

verso la NoVat del 14 febbraio..